Lo slogan, un grido di guerra.

 

«Slogan» è un termine anglo-americano che deriva dall'antica voce gaelica «sluagh-ghairm» che significa letteralmente "chiamata dell'esercito" e venne usato dai clan scozzesi col significato di “grido di guerra”.

A partire dal XVII secolo, in Inghilterra assume il valore di “parola d'ordine” di una causa o di un partito.
Che la comunicazione sia una vera guerra (senza esclusione di colpi …bassi) è palese. È altrettanto vero che gli slogan (o pay off) siano vere grida di guerra.

E quando una frase di uno spot entra nel modo di dire colloquiale la guerra è stata vinta.

Infatti accade molto di frequente di sentire ripetere, tra la gente con disinvoltura o forse inconsapevolmente, messaggi pubblicitari.

Ammiccamenti, intonazioni, filastrocche e slogan diventano in breve di uso comune, misurano e influenzano i tempi e i modi di dire.

Negli anni ’80 capitava di sentire «Io ce l'ho profumato» che richiamava uno slogan delle caramelle “Mentol”. 

Negli anni ’90 poi, George Clooney (prima di dedicarsi al caffè!) si imbucava nelle feste altrui a mani vuote e si sentiva dire «No Martini? No party».

Andando ancora più indietro, agli albori della comunicazione creativa c’era «Falqui. Basta la parola!» spesso adottato per indicare un “innominato”.

Chi non ha mai detto “Se qualcuno ruba un fiore per te, sotto sotto c'è …”, dando la stura alle cover più fantasiose.

Si è passati dall'aulico “aut-aut” latino al bucolico «O così o Pomì».

Per una decisione importante e saggia si evocava «L'uomo Del Monte», l’indecisione invece richiamava un dilemma idrico «Liscia, gassata o Ferrarelle?».

 

E se intere generazioni di pensatori si sono lambicati il cervello sulla domanda «Chi sono? Da dove vengo? Dove vado?» si è passati poi ad un quesito meno profondo «Che mondo sarebbe senza Nutella?».

E per stare in ambito filosofico chissà se il "super-uomo" ideato da Friedrich Wilhelm Nietzsche avrebbe usato il dopobarba per «l’uomo che non deve chiedere mai» 

Sul filone dei quesiti esistenziali arriviamo a «Cosa vuoi di più dalla vita?». E sfido voi lettori a non rispondere (almeno mentalmente!) «Un Lucano

È quindi innegabile che alcuni slogan siano davvero entrati nell'immaginario collettivo e facciano parte della vita di tutti i giorni. 

 

Se poi pensiamo che molti di questi slogan sono nati per caso, e spesso – almeno all'inizio – non hanno convinto i committenti o gli stessi pubblicitari possiamo capire molte cose su questo strano mondo della comunicazione.

 

La pubblicitaria Frances Gerety dell’agenzia N.W. Ayer & Son nel 1947 propose lo slogan «a diamond is forever» durante una riunione di routine, e i suoi colleghi - tutti uomini - le dissero che non voleva dire niente...

Steve Jobs, da sempre, molto interessato all'aspetto pubblicitario della Apple, visionando la sceneggiatura originale della famosa pubblicità «Here’s to the crazy ones», in cui compare lo slogan “Think different” la liquidò con un «shit!».

 

Talvolta, poi, lo slogan sopravvive persino al prodotto che doveva promuovere.

La Y10 ha cambiato brand e pay-off ma resta il «piace alla gente che piace».

E poi «la natura di prima mano», o «per molti ma non per tutti» continuano ad essere tormentoni da cui è difficile sottrarsi, «Anto’, fa caldo» è un "must" per ogni estate, e davanti all'improvvisazione linguistica per l’approccio con una straniera resta sempre la citazione di «Du gust is mei che uan» che è riuscito a  soppiantare il «noio, vulevan savuar» dei mitici Totò e Peppino.

 

Il “grido di guerra” continua. Avete l’armatura per combattere?

 

 

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