Avere un buon carattere è FONTamentale (scontro finale)

Ormai l’avete capito: il buon carattere è essenziale. Anzi è FONTamentale.

E dopo aver disquisito sulla grandezza (sebbene in questo campo il nichilismo impèri e non tutti hanno il coraggio di osare e andare controcorrente dimostrando che “ce l’ho grande… il font!”).

Abbiamo anche capito che per un buon carattere, talvolta occorre avere …grazia.

Ma che cos’è un font? Quali sono le basi e la storia della tipografia?

Il dizionario definisce "tipografia" l’insieme delle attività e delle tecniche di stampa, in particolare mediante l’uso di caratteri mobili in rilievo che vengono bagnati di inchiostro e applicati alla carta bianca, su cui lasciano l’impronta.

 

Questa definizione di tipografia però sembra scritta da  Johann Gutenberg, vero?

Beh, in effetti, ma per arrivare a sapere cos'è un font e com'è fatto, bisogna fare… un po’ di storia.

Dopo aver parlato tanto di grafica, comunicazione visiva, non possiamo tralasciare quelli  che indubbiamente sono gli attori principali nel mondo del graphic design: i font.

 

Era il 1456, quando la buon’anima di Johann Gutenberg inventò la stampa a caratteri mobili che consisteva nell'allineare i singoli caratteri metallici, precedentemente costruiti, fino a formare una pagina, cospargerli di inchiostro e poi pressarli su di un foglio di carta.

Arriviamo poi al 1814 quando Friedrich Koenig, a Londra, costruì la prima macchina pianocilindrica che permise, tramite l’utilizzo dell’energia a vapore di triplicare la velocità di stampa e iniziare a creare i primi automatismi di stampa.

Facciamo un salto con la macchina del tempo (la mitica Delorean, prestataci da Emmett "Doc" Brown) per arrivare ad una vera innovazione del secolo scorso, la grafica digitale.

L’invenzione del Macintosh nel 1984, che permise la visualizzazione e il controllo diretto sullo schermo di quello che sarebbe stato il risultato di stampa.

Cosa c’è di più immediato che scegliere il font da utilizzare per un documento, un progetto, una mail, scorrendo la famosa “tendina dei font“?

E qui alziamo subito un  polverone.

 

Come si dice “font” in Italiano? “Tipo di carattere”, diranno i miei lettori (cit. “le avventure di Pinocchio”). Sebbene, dizionario alla mano, il «carattere», in italiano, è la singola lettera, o numero, mentre il "font" è l’insieme dei caratteri di un alfabeto, strutturati in modo coerente tra loro.

Ma nella realtà, ormai, il termine «font» e il termine «carattere» sono usati come sinonimi e, poiché le lingue si evolvono, bisogna accettare tale cambiamento. In buona pace.

 

Andiamo avanti, quel che rende un font tale sono innegabilmente lo stile comune e la coerenza compositiva.

Ed ora, una domandona da 1.000.000$: com'è fatto un font?

Ogni font è composto in modo diverso, ha diverse caratteristiche, ha diverse dimensioni, ha diverse forme ed esprime diverse sensazioni.

Ebbene sì, anche il font “tiene famiglia”.

Abbiamo parlato delle due famiglie di font: i serif e i sans serif.

Ma tutto ciò è riduttivo.

Le grazie (serif) hanno un raffinatissimo termine francese ma nascono dal cosiddetto carattere lapidario romano, (quando la Francia era «omnis divisa in partes tres!») in cui le grazie erano funzionali a una più facile incisione del carattere sulla pietra.

Poi si sono sviluppate numerose sotto-famiglie di font serif.

Le 4 categorie tra i serif sono:

  1. Gli «Old Style» a sua volta divisi tra i «Veneziani» o «Umanisti» (come il Centaur) e i «Garald» o «Romani antichi» (come il Garamond) caratterizzati da uno scarso contrasto tra aste verticali e orizzontali, da delle grazie dalla forma concava e dall’asse obliquo in lettere come la “o”, la “c” e la “e”.

  2. I «Transizionali», dei quali il capostipite è stato il Baskerville nel 1757 e che raggruppa font molto popolari come Times New Roman e Georgia, che si differenziano dai "romani antichi" grazie a un contrasto maggiore tra aste verticali e orizzontali, da grazie più appiattite e da un allineamento più verticale negli occhielli delle lettere.

  3. «Bodoni» (che prendono nome dall’omonimo font), detti anche «Romani moderni», hanno un passaggio molto marcato tra aste verticali e orizzontali e possiedono grazie molto fini e sottili che formano angoli retti con l’asta.

  4. Infine gli «Slab Serif» o «Egiziani» sono quei font che si diffusero molto durante il XIX secolo in Inghilterra e che presentavano una minima, se non quasi impercettibile, differenza di spessore tra le aste, con grazie ben marcate e perpendicolari. Alcuni esempi sono il Rockwell e il Courier.

I sans serif sono nati da una “semplice” eliminazione delle grazie nei caratteri.

In italiano sono detti “caratteri a bastoni o lineari”, nascono anch’essi in Inghilterra durante l’800 e puntano a rendere il carattere privo di inutili fronzoli e semplice.

Paul Renner, nel 1928 con il Futura, fu il primo a puntare tutto sulla geometricità delle forme.

Con la creazione di font come l’«Univers» o l’«Helvetica» (entrambi degli anni ’50 e ...svizzeri) vennero introdotti anche i diversi “pesi” di un font, ovvero lo spessore delle linee, che, nel caso dell’Univers, sono addirittura 28 (14 romani, ossia dritti, e 14 italic, ossia corsivi).

 

Abbiamo già detto che vige un “dress code” anche per la stampa: i “serif” vengono usati più spesso per lunghi testi (libri, giornali, riviste), mentre i “sans serif” sono perfetti per essere utilizzati a schermo, e quindi sul web.

Questo perché le grazie rendono i caratteri più facilmente distinguibili dal nostro cervello.

Senza di esse il cervello impiega più tempo, a livello infinitesimale, a leggere una stessa frase, figuriamoci un libro intero!

Su schermo il discorso cambia, la risoluzione infatti è molto minore che su stampa e i dettagli dei serif, come le grazie e gli spessori, che rendono facilmente leggibile un testo su carta, si perdono invece su schermo. Ecco perché i “sans serif” sono molto più adatti per il web e anche per i testi di dimensioni ridotte.

 

Tutto qui? No! Figuratevi.

Bisogna assolutamente citare i cosiddetti “Script”, ovvero quei font che simulano la scrittura manuale calligrafica e i “Gotici”, ossia quelli che rimandano all’alfabeto gotico tedesco medioevale con cui Gutenberg iniziò a stampare.

Molti altri caratteri vengono raggruppati generalmente nel super-gruppo Fantasia, che vuol dire tutto e niente (un po’ come il gruppo misto in Parlamento!) che raduna tutti quei font in cui magari ci sono caratteri che ricordano particolari oggetti, come ad esempio il font usato per i libri e i film di Harry Potter in cui le lettere ricordano le saette.

 

Si sa bene -concludendo questa saga di font- che la lingua è un fiume che scorre e che “panta rei” (πάντα ῥεῖ, e sia chiaro che mi riferisco a Eraclito!)  e il “font” che è il mezzo con cui la lingua si rende palese e leggibile, scorrerà anch'esso veloce.

Nuovi font nascono, crescono e… muoiono perché… finchè c’è font c’è speranza.

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