Esiste la "creativity correctness"?

La creatività può subire limiti imposti dal politically correct?

Bella domanda, vero?

E qui scorrerebbero subito fiumi di parole.

E poi anche di sangue mista a bile.

È già capitato altre volte.
Pochi anni fa capitò ad una marca nota di prodotti alimentari accusata di presentare la classica famiglia composta da mamma, papà e figli. Fu accusata di essere omofoba.

E per “bona pacis” (… o meglio per evitare effetti funesti a causa di boicottaggi minacciati) la ditta emiliana, fece marcia indietro.

Ora è capitato ad un’azienda tedesca di prodotti di bellezza che per una crema sceglie un pay-off che si richiama al nome inequivocabilmente candido della società.

«È razzista!» è l'accusa che viene lanciata.

E viene subissata di polemiche.

Così, dopo solo due giorni, a causa delle reazioni negative sui social network, la Nivea ha deciso di ritirare la pubblicità: il post è stato cancellato e l'intera campagna pubblicitaria è stata bloccata! All’azienda non è rimasto che affidare un tempestivo comunicato stampa al portavoce per scusarsi con gli utenti, ribadendo che la discriminazione è esclusa in tutte le decisioni e in tutti i settori delle loro attività.

«Siamo profondamente dispiaciuti per chiunque possa essersi sentito offeso».
Ed allora ripeto: Il politically correct può imporre limiti alla creatività della comunicazione?

 

 

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