Regole, regole, regole. (1^ puntata)

Tutti hanno un decalogo in tasca.
Da quello per essere “un buon capo”, “una buona casalinga”, “un buon manager”, “un buon padre/madre di famiglia”…

 

Tutti pronti a dare buoni consigli (…e la saggezza ironica e sarcastica del buon Fabrizio dè André ci ricorda che spesso chi da buoni consigli è solo “perché non può più dare cattivo esempio”).
 

Ammettiamo poi che l’originale è ancora insuperato: nessuno è riuscito a raggiungere il livello del primo decalogo della storia del mondo… ma tant’è!

Potevano mancare dunque «I dieci comandamenti del creativo»?

Certo che no!

Ci ha pensato nel lontano 2001, Frédéric Beigbeder nel suo libro intitolato (in Italia) Lire 26.900. (titolo originale: “99fr”, titolo aggiornato “13.89€)…

«Sono un pubblicitario: ebbene sì, inquino l’universo. Io sono quello che vi vende tutta quella m***a. Quello che vi fa sognare cose che non avrete mai. (...) Io vi drogo di novità, e il vantaggio della novità è che non resta mai nuova. C’è sempre una novità più nuova che fa invecchiare la precedente. Farvi sbavare è la mia missione. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma»… così si presenta il protagonista di tale romanzo.

Poi si cimenta –appunto– in uno spassoso decalogo del creativo.

 

Io che sulle regole, su tutte le regole, ho come stella polare, il consiglio di Pablo Picasso di «imparare le regole come un professionista, in modo da poterle rompere come un artista» fui immediatamente infastidito nel vedere la comunicazione creativa incardinata, schematizzata e rinchiusa in 10 fredde regole.

Io che vedo la comunicazione, come tutte le forme d’arte, per sua natura renitente, restia, ribelle alle regole ferree fremevo di rabbia.

Immaginate un po’ che ne sarebbe del genio di Vincent van Gogh se prendessimo come regola aurea la tecnica di pittura di Caravaggio? Che fine farebbero poi Picasso o Klimt o Mondrian, innegabili geni dell’arte.

O che ne sarebbe delle poesie ermetiche di Ungaretti se accettassimo come parametro lo stile di Giacomo Leopardi o Dante?

Io che, memore degli studi giuridici, ho sempre avuto come bussola il consiglio di Charles-Maurice principe di Talleyrand-Périgord, secondo il quale «l’eccesso di zelo provoca effetti peggiori della non applicazione della norma». Dunque fremevo mentre leggevo…

Ancora adesso il libro mostra i segni indelebili di scarabocchi a margine coi quali controbattevo, punto per punto, ai 10 comandamenti del creativo…

 

Il decalogo esordisce con questa regola:

«Un buon creativo non si rivolge ai consumatori, ma alle venti persone che a Parigi potrebbero dargli lavoro (i direttori creativi delle venti migliori agenzie pubblicitarie). Di conseguenza, ottenere un premio a Cannes o all’Art Directors Club è ben più importante che far guadagnare fette di mercato al proprio cliente».

 

Passione o profitto? Questo è il dilemma che inchioda ogni professionista…

Già dal primo punto, mi prudevano le sinapsi.

Ma come si fa a rendere così fredda e utilitaristica la creatività.

Un po’ come gli studenti che si preparano la lezione da ripetere per ottenere un buon voto (e poi abbandonare nell’oblio quelle nozioni)! Eh no, mon cher ami Frédéric, non ci siamo… Mi piace rivolgermi sempre al consumatore. La gloria verrà di conseguenza. A dire il vero (ma resti fra noi!) provo piacere ad elaborare un lavoro creativo. Se piace al cliente è una soddisfazione. Se arriva un premio a Cannes, meglio ancora!

 

Seconda regola:

«La prima idea è la migliore, ma bisogna sempre esigere tre settimane di tempo prima di presentarla».


NO! NO E POI NO… Io sono un fautore del “work in progress”… un progetto parte da una scintilla che poi divampa. Impossibile trovare quella scintilla nell’incendio. La prima idea è una tela bianca con degli schizzi. La prima idea è solo una montagna di creta che va plasmata amorevolmente. Spesso un progetto –in fase finale– è completamente stravolto rispetto alla prima idea. (…anche questo pezzo, rispetta questa regola!).

 

Arriviamo poi al terzo punto.

«La pubblicità è l’unico mestiere in cui si è pagati per fare peggio. Quando proponi un’idea geniale e il cliente vuole rovinartela, pensa intensamente al tuo stipendio, poi butta giù in trenta secondi una ca**ta sotto sua dettatura e aggiungi delle palme nello storyboard per andartene una settimana a girare il film a Miami o Città del Capo.»

 

Beh “Il cliente ha sempre ragione” dicono. Davvero? E se il cliente avesse necessità di essere istruito? per il buon caro Oscar Wilde  “l’arte non dev’essere popolare, è il popolo che deve essere artistico”. Qui però si sconfina talvolta nell’ottusità (del cliente!) e occorre accettare i compromessi perché …è lui che paga!). Al creativo non resta che abbozzare e far buon viso a cattivo gioco.

 

Per adesso non voglio mettere troppa carne sul fuoco.

"Stay tuned!" (state sintonizzati) come dicono nelle fiction yankees. 

quindi... non cambiate canale... Vi aspettiamo per la prossima puntata.
 

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