Regole, regole, regole. (2^ puntata)

Nel post precedente avevo voluto analizzare «I dieci comandamenti del creativo» contenuti nel romanzo di Frédéric Beigbeder intitolato (in Italia) Lire 26.900. (titolo originale: “99fr”, titolo aggiornato “13.89€)…

Un decalogo che parrebbe ispirato dal Marchese del Grillo o dal “Re Sole” tanta è la spocchia con cui descrive il pubblicitario.

Finora abbiamo commentato i primi tre “comandamenti”.

 

Il quarto punto consiglia di arrivare sempre in ritardo alle riunioni.

«Un creativo puntuale non è credibile. Entrando nella sala dove tutti lo aspettano da tre quarti d’ora, il creativo non deve assolutamente scusarsi, piuttosto dire: “Buongiorno, posso dedicarvi al massimo tre minuti”. Oppure citare questa frase di Roland Barthes: “Non è il sogno che fa vendere, è il senso”. (Variante meno chic: citare “la bruttezza si vende male” di Raymond Loewy). I clienti si convinceranno di aver speso bene i loro soldi. Non dimenticate mai che i clienti si rivolgono alle agenzie perché sono incapaci di produrre idee, che di questo soffrono e per questo ce l’hanno con noi. Ecco perché i creativi devono disprezzarli: i product manager sono masochisti e gelosi. Ci pagano per umiliarli.»

 

Vi basti sapere che io sono maniacale per la puntualità.

Arrivo sempre in anticipo.

Odio i ritardatari.

Ad un incontro di lavoro ancor di più: dal giorno prima scalpito.

Quando sono costretto (per cause di forza maggiore: traffico o …malesseri fisici) a ritardare mi sento un verme. È una questione di rispetto. Per monsieur Beigbeder addirittura dovrei ritardare consapevolmente? E per di più non scusarmi? Prendermi “la parte più grande” affermando di non poter dedicare loro più di 3-4 minuti? No, è il bonton che me lo chiede.

 

Il quinto punto consiglia che «Quando non si è preparato nulla, bisogna parlare per ultimi volgendo a proprio vantaggio quello che hanno detto gli altri. In qualsiasi riunione è sempre l’ultimo che parla ad avere ragione. Non perdere mai di vista che lo scopo di una riunione è lasciare che gli altri si fo***no.»

Calma. È proprio vero che anche un orologio rotto può segnare l’ora giusta. Due volte al giorno.

Questo è un ottimo consiglio. “Cogliere l’attimo” con un gioco di prestigio a tuo favore in caso di “empasse”. Questo può servire nella vita. Attendere e trasformare un momento critico a tuo vantaggio. Talvolta arrampicarsi sugli specchi può essere più semplice di quanto si possa pensare.

 

Arriviamo ora al punto n°6. Tenetevi forte.

«La differenza tra un senior e un junior è che il senior è pagato meglio e lavora meno. Più sei pagato più ti danno ascolto, e meno parli. In questo mestiere, più sei importante e più ti conviene stare zitto, perché meno apri bocca e più passi per geniale.»

Non domo aggiunge un corollario come una sorta di ciliegina sulla torta.

«Per vendere un’idea al DC (direttore creativo), il creativo deve sistematicamente far credere al DC che è stato il DC stesso ad averla. Per questo deve introdurre i suoi interventi con frasi del tipo: “Ho riflettuto a lungo su quello che mi hai detto ieri e…”; oppure: “Ho sviluppato la tua idea dell’altro giorno e…” o ancora “Sono tornato sulla pista iniziale e…”, mentre, naturalmente, è ovvio che il DC non ha detto niente ieri, né ha avuto alcuna idea l’altro giorno e ancor meno ha aperto piste possibili.»

Come detto al punto 3), lascia l’amaro in bocca dirlo ma ci sono i compromessi che esistono (e sempre esisteranno!) nel mondo del lavoro. Il DC ha sempre ragione. Ma la nemesi è in agguato. Non può piovere per sempre diceva “il Corvo” (rifacendosi a sua volta a  Aureliano Secondo in Cent'anni di solitudine di Gabriel García Márquez. E non sempre il DC ha ragione.

Frédéric Beigbeder poi chiosa –sarcastico– «Altro modo per riconoscere un junior da un senior: il junior racconta barzellette divertenti che non fanno ridere nessuno, mentre il senior fa pessime battute alle quali tutti ridono».

Qui devo ammettere che da dispensatore di freddure (spesso basate su raffinati calembours!) sarò un eterno junior. Non tutti sono in grado di cogliere certe raffinatezze. Peggio per loro.

Dopo l’apologia del ritardo consapevole, si diletta nel decantare ai lettori i prodigi dell’assenteismo.

 

E il punto 7 esordisce con «Coltiva l’assenteismo, arriva in ufficio a mezzogiorno, non rispondere mai quando ti salutano, prendi tre ore di pausa pranzo, non farti mai trovare alla tua scrivania. Alla minima osservazione, rispondi: “Un creativo non ha orari, solo ritardi”.»

No ai ritardi, meno che meno all’assenteismo: no alla maleducazione.

E al saluto si risponde sempre!.

Però a me una pausa pranzo inferiore a 90’ mi sta stretta: sono lento a mangiare. Non mangio per fame ma per apprezzare il cibo che mangio. E in seguito vengo assalito dall’abbiocco "post prandium". Non potrei rendere al meglio senza la “pennichella”. Quindi la pausa-pranzo non può mai essere inferiore a 180’. Ne risentirebbe la creatività.

 

E a proposito di pennichella, facciamo una pausa.

Stay tuned.

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